Le parole per capirsi – Mostafa El Ayoubi
In molti si improvvisano islamologi e, soprattutto dopo l’11 settembre, discettano di jihad e Svaria, citano il Corano e denunciano l’arretratezza dell’islam. Ma tradizioni e concetti islamici spesso sono citati a sproposito. Un breve repertorio delle parole più controverse.
Il vocabolario da cui attingono gli studiosi e gli operatori dell’informazione per parlare dell’islam, è spesso quello elaborato da storici e orientalisti occidentali, per molti dei quali l’islam era un nemico da combattere. <<Guerra santa>>, <<maomettani>> sono ad esempio espressioni che vengono ancora usate per parlare dei musulmani e della religione islamica. L’uso improprio di concetti come islam, svaria, jihad, ecc. sono spesso alla base di una conoscenza approssimativa di una religione seguita da oltre un miliardo di persone. Tale uso, genera, spesso, pregiudizi e luoghi comuni.
L’islam è din e dunya: è una religione e un modo di vita; una attitudine personale che suppone la sottomissione e l’obbedienza è tale a Dio. Tale sottomissione non è passiva poiché il musulmano, attraverso le sue azioni, è chiamato ad un impegno permanente per migliorare il suo rapporto con Allah. Si tratta di azioni che mirano alla riconciliazione e alla pacificazione: la parola islam include la radice semitica s, l, m che significa pace. L’islam stabilisce la relazione stretta tra il Creatore e la sua creatura. Nella religione non esiste alcun potere che agisca da mediazione fra il creatore e l’uomo. Non vi sono <z<chiese>>, né sacerdoti, né sacramenti.
Il musulmano è colui che crede nel Dio unico al quale si sottomette; è colui che crede nei profeti grazie ai quali il verbo di Dio è stato rivelato all’umanità, nel giorno del giudizio, nella vita dopo la morte.
I musulmani credono nella concatenazione dei profeti da Adamo, Abramo, fino a Mosè e Gesù. Ma soprattutto credono che Mohammad sia il sigillo dei profeti. Chiamare i musulmani <<maomettani>> è errato, poiché il profeta Mohammad è un essere umano e non può essere messo allo stesso livello del Dio unico.
L’islam si basa su cinque pilastri:
1) la proclamazione della fede, che consiste nel riconoscere in Dio l’unica Divinità e in Mohammad il suo profeta inviato:
2) zakat, l’imposta comunitaria, genericamente chiamata <<elemosina legale>>: è un obbligo sociale cui è tenuto il musulmano, serve per il fabbisogni della comunità;
3) salat: la preghiera rituale che deve essere fatta cinque volte al giorno, in qualsiasi luogo purchè sia igienicamente idoneo; ai musulmani viene raccomandata la preghiera nella moschea in particolar modo quella del venerdì a mezzogiorno;
4) sawm: il digiuno dall’alba al tramonto tutti i giorni per la durata del mese del Ramadam, il nono mese del calendario lunare Islamico.
5) Hag: il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita per chi è in grado fisicamente ed economicamente di compierlo.
La parola Allah è formata dall’articolo al e dal sostantivo ilah: cioè Dio, l’unica divinità. Allah è dunque il termine arabo per indicare Dio: fu fra l’altro utilizzato nell’epoca pre-islamica, dagli arabi ebrei e cristiani. Ancora oggi, le versioni arabe dl Vecchio e del Nuovo testamento adottano la parola Allah per designare Dio.
Per i musulmani, la nozione di un Dio comune alle religioni monoteiste, deriva dal fatto che nel Corano si parla della <<gente del libro>> riferendosi ai cristiani, agli ebrei e ai musulmani.
La traduzione letteraria del termine Corano, in arabo alquer’an, significa <<lettura>>, <<recitazione>>. Per i musulmani, esso è la parola autentica di Dio rivelata al suo profeta Mohammad attraverso l’arcangelo Gabriele; è una conferma e un compimento inalterato delle scritture rilevate agli ebrei e ai cristiani.
Esso è composto da 114 capitoli (sura) divisi in 6236 versetti; parla in particolare di Dio, dell’uomo e della donna, della società, della natura. 750 sura sono dedicate all’esaltazione dei valori della ragione e solo 250 versetti parlano di norme e precetti religiosi.
La Sharia è una formulazione della dottrina e della fede islamica e delle norme di legge che ne derivano.
La rapida espansione dell’islam aveva spesso creato situazioni inedite e sollevava spesso una serie di problemi di ordine sociale, economico, giuridico che non trovavano risposte immediate nel Corano e nella Sunna (la tradizione legata alla vita del profeta Mohammad). Gli ulama (dotti musulmani), di diverse scuole teologiche elaborarono, nel II e nel III secolo dell’era islamica, quella che genericamente viene chiamata la legge islamica, vale a dire la Sharia. Essa fornisce un quadro di riferimento generale per la comunità mussulmana. Le sue fonti principali sono il Corano e la Sunna; ma laddove le problematiche legate al vivere sociale e spirituale della comunità non trovavano delle risposte in seno alla due fonti sopradette, i dotti mussulamani facevano riferimento a delle fonti secondarie come il consenso della comunità (Ignà), l’analogia (qias) e ad altre fonti.
La Svaria ingloba tutti i principi concernenti la vita privata e quella sociale del musulmano. Essa regola gli aspetti della vita quotidiana: la famiglia, l’eredità, il commercio, il codice penale, la proprietà privata ecc… Le norme che essa comprende non sono unicamente delle clausole dogmatiche, ma fanno riferimento a contesti ben definiti, e si appellano alla comprensione, all’intelligenza e al cuore musulmano. La Svaria è più una guida che un codice.
Generalmente alla nozione jihad si attribuisce un senso bellico, e viene tradotto come <<guerra santa>>. Il jihad in quanto lotta armata, non è al centro della dottrina islamica. Essa costituisce un atto secondario del vero jihad che il musulmano deve instancabilmente portare avanti: lo sforzo interiore per <<combattere>> il male che minaccia l’integrità morale e spirituale del musulmano e instaurare un ordine sociale dove regni la giustizia e la libertà individuale e collettiva.
Il jihad inteso alla lotta armata è ammesso solo a delle determinate condizioni: la guerra deve essere fatta solo contro coloro che attaccano e aggrediscono e quindi per difendersi e proteggere la comunità; non deve esserci nessun accanimento sul nemico con massacri e spargimento di sangue; e infine la guerra deve cessare con la ritirata dell’aggressore. La guerra come aggressione contro il nemico non è consentita nel Corano: <<Non aggredite, Dio non ama gli aggressori>> (Corano II,190).
Numerose sono le norme restrittive nei confronti della donna, norme spesso derivanti dai retaggi della tradizione e dei costumi piuttosto che dalla dottrina islamica.
La nascita dell’islam – in un’epoca della storia, e in un contesto sociale e culturale, dove la donna era considerata un <<oggetto>> e dove le neonate venivano sepolte vive – aveva cambiato in positive l’uguaglianza tra l’uomo e la donna. Il Corano annunciava l’uguaglianza fra l’uomo e la donna. Questa ultima aveva acquistato il diritto alla proprietà, all’eredità, alla gestione personale dei propri beni; il diritto al lavoro e alla partecipazione alla vita pubblica ecc. Per combattere l’abuso sulle donne da parte degli uomini, soprattutto per quanto riguarda la pratica del ripudio, la dottrina islamica ha trasformato il matrimonio in un contratto che le due parti si impegnano a rispettare.
Nella loro applicazione, i diritti della donna sono stati spesso violati. La sua situazione attuale non è altro che un’evoluzione storica durante alla quale il pensiero islamico ha subito un’alterazione causata dalla predominanza di una cultura tradizionale maschilista portata avanti da uomini che hanno disatteso l’insegnamento del Coprano, che invece aveva stabilito l’uguaglianza spirituale, culturale e sociale fra i sessi.
Nella dottrina islamica, la donna non occupa un rango inferiore a quello dell’uomo. Lo confermano diversi passaggi del Corano, come la sura III, 195 e IV, 124.
In un hadit del profeta si legge <<le donne e gli uomini sono sorelle e fratelli>>.
Nell’islam Gesù gode di una grandissima considerazione in quanto profeta <<inviato>> da Dio. Nel Corano viene chiamato anche masih ovvero il messia - dalla radice masaha, cioè pulire, purificare: un atto attraverso il quale Gesù figlio di Maria purificava la gente dai loro peccati.
Il Corano cita i miracoli di Gesù: la guarigione del cieco e del lebbroso, la tavola imbandita, ecc (sura III,49). Secondo la tradizione islamica, egli fu inviato da Dio come esempio e modello di riferimento ai figli d’Israele. La sua principale missione era di confermare la Torà per il popolo ebreo.
Vi sono passaggi nel Corano che parlano del concepimento miracoloso e soprannaturale di Gesù da parte della Vergine Maria (Corano XXI, 91). Ma per la religione islamica, Gesù non è né Dio né figlio di Dio, bensì un profeta sostenuto dallo spirito santo (sura II, 879). Per i musulmani, Gesù non fu né ucciso né crocifisso ma fu richiamato dal Creatore: il suo ritorno fra gli uomini segnerà il giorno del giudizio (Corano XLIII, 61).
(scheda curata da Sara Vianello 2E)